12 marzo 2026 a San Rocco Torino
IL PROBLEMA DI MARCO E DEI PRIMI CRISTIANI
Paolo, uno degli esponenti più importanti del cristianesimo delle origini, parlando ai cristiani di Corinto affermava che il problema di fondo nel rapporto con la cultura e religione romana era la morte in croce di Gesù “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani…(1 Cor 1, 22s.)
Questo conflitto appare anche negli Atti, quando Paolo, in uno dei suoi viaggi missionari, giunge ad Atene per annunciarvi il vangelo di Gesù.
Per i Greci, come per i romani, un altro dio (in questo caso Gesù) non era affatto un problema: ne avevano già molti, così come avevano molti altari dedicati agli dei sconosciuti (At 17, 23). La difficoltà nacque quando Paolo affermò che questo dio era morto e risorto: “Ti ascolteremo un’altra volta” risposero i greci a Paolo (At 17, 31-32). Il dio che muore appeso a una croce (il supplizio più vergognoso dell’antichità) e risorge, risultava incomprensibile alla cultura e alla religione romana, perché non era proprio di un dio morire, e soprattutto morire in quel modo: questa era la difficoltà nell’annunciare il vangelo dentro il contesto dell’impero romano.
Molti pagani che si convertivano non avevano difficoltà ad accogliere il messaggio liberante di Gesù, ma avevano serie difficoltà a comprendere la sua morte in croce. Per questo Marco insiste a dire, nel so vangelo, che il discepolo di Gesù deve portare come lui la croce.
“L’APPESO ALL’ALBERO” NEL CONTESTO GIUDAICO
La morte di croce non è un’invenzione dei romani. Era un supplizio usato da vari popoli antichi per eliminare i loro nemici. Nella tradizione giudaica la forma di esecuzione più simile è quella indicata da Dt 21,22-23 in cui si parla di un “appeso a un albero”.
“Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese (il suolo) che il Signore tuo Dio ti dà in eredità.”
Dunque il condannato a questo supplizio era “maledetto da Dio”: il suo corpo poteva essere causa di impurità e di maledizione per l’intero popolo e per la terra. Ma chi meritava di essere appeso?
In uno dei documenti ritrovati a Qumran, il Rotolo del Tempio, e che appartiene probabilmente alla setta giudaica degli esseni, si afferma che questo tipo di pena si applicava ai crimini di tradimento: ” Se c’è una spia contro il popolo, che consegna il suo popolo a una nazione straniera o fa il male contro il suo popolo, lo appenderai all’albero e morirà. Per la testimonianza di due o tre testimoni sarà condannato e lo appenderanno all’albero. Se c’è in un uomo un peccato meritevole di morte e fugge tra le nazioni e maledice il suo popolo e i figli di Israele, anche lui lo appenderete all’albero e morirà. I loro cadaveri non passeranno la notte sull’albero, ma li seppellirete durante il giorno, perché gli appesi all’albero sono maledetti da Dio e dagli uomini; così non contaminerete la terra che vi dò in eredità”(LXIV, 7-13)
L’albero è quindi un supplizio riservato al peggiore dei crimini: il tradimento del proprio popolo. Per questo l’esposizione del cadavere sull’albero era segno di totale rigetto, vergogna e ripudio. A quanto sembra gli ebrei prima uccidevano il condannato, normalmente con la lapidazione, e solo dopo lo esponevano al pubblico appendendolo a un albero.
LA CROCE E IL REGIME DI TERRORE NELL’IMPERO ROMANO.
Tra i Romani la crocifissione era una pratica comune. La croce romana consisteva in un tronco verticale nel quale era posto un braccio orizzontale (patibulum) che sosteneva il condannato legato con corde all’altezza delle braccia. Pare che non fosse molto comune appendere alla croce con chiodi conficcati nei polsi e nei piedi: fino ad oggi è stato scoperto in Palestina un solo scheletro umano di un crocifisso con un chiodo infisso ai piedi.
Questo tipo di pena aveva un forte impatto pubblico e sociale: il condannato, prima della crocifissione, doveva portare il suo “patibolo”, il braccio orizzontale, attraverso la città fino al luogo del supplizio, in genere fuori della città, su luoghi alti o lungo le strade, perché potesse essere visto da chi passava e servisse di esempio contro possibili movimenti rivoluzionari. Il condannato era appeso nudo e la morte avveniva per asfissia o per dissanguamento. Dopo la morte, il cadavere era lasciato sulla croce, cibo per uccelli rapaci e cani.
Quando però i condannati erano molti e le croci dovevano essere riutilizzate, i cadaveri venivano tolti e gettati in fosse comuni. Il vangelo ricorda che il luogo della crocifissione di Gesù si chiamava Golgota, cioè Cranio, probabile riferimento a ossa umane, resti di precedenti esecuzioni. La morte di Gesù seguì questa prassi romana, anche se nel suo caso è probabile che il cadavere sia stato deposto dalla croce per essere sepolto, come ricorda il vangelo.
La morte in croce aveva quindi per i romani un chiaro significato politico: diffondere tra le popolazioni conquistate la paura, strumento privilegiato del terrore imperiale, suprema pena romana per gli atti di ribellione e insubordinazione.
Quasi sempre era inflitta agli appartenenti alle classi inferiori, come gli schiavi, mentre agli altri era riservata la decapitazione. Generalmente la crocifissione era preceduta dalla flagellazione e da ogni sorta di supplizio, come bruciatura degli occhi e mutilazioni, e le vittime potevano essere crocifisse in varie posizioni.
La tanto acclamata “pax romana” si fondava sul terrore, sulla schiavitù, sulla costante intimidazione, su abusi e violenze di ogni tipo, senza le quali si riteneva che il controllo sociale di intere popolazioni fosse impossibile.
L’ANNUNCIO DEL CROCIFISSO
Per circa la metà degli abitanti dell’impero romano, cioè gli schiavi e i popoli conquistati, l’imperatore era il dominatore e l’oppressore, e la religione imperiale serviva solo per legittimare il suo potere politico, la schiavitù e le innumerevoli sofferenze a cui erano sottoposti i popoli vinti.
Paolo e i primi missionari si rivolgevano a quella parte del popolo che abitava nelle grandi periferie urbane, non molto diverse dalle metropoli di oggi.
Queste periferie erano il terreno ideale per le nuove religioni popolari, le religioni misteriche, che offrivano ai loro fedeli una forte esperienza di comunione, di appartenenza sociale e di speranza di trasformazione della realtà storica. Funzionavano come associazioni e garantivano ai loro seguaci alcuni diritti elementari: lavoro, educazione, assistenza nelle difficoltà, funerale dignitoso,…
La nuova religione annunciata da Paolo e dagli altri missionari doveva essere considerata una religione misterica, il cui Dio di riferimento era però Gesù di Nazaret, morto e risorto.
L’annuncio del crocifisso diventò in breve il tema centrale del cristianesimo ellenistico, e rappresentava una controcultura che si opponeva all’ideologia imperiale. Il Vangelo di Marco aveva, tra i suoi obiettivi, quello di mostrare che Gesù, e non l’imperatore, era il vero figlio di Dio, proprio a partire dall’elemento più scandaloso e vergognoso: la sua morte in croce.
Analizzando il racconto della passione di Gesù secondo Marco (15,24-39) si vede come è stata una vera e propria esecuzione di carattere politico, messa in atto dall’esercito romano incitato dai sacerdoti del tempio di Gerusalemme. La pretesa messianica di Gesù (Mc11, 1-11) e il suo attacco al tempio (Mc 11, 15-19) sono stati interpretati dalle autorità politiche e religiose come gesti di sfida e di rivolta.
Nel suo racconto, Marco, mostra la solitudine crescente di Gesù, abbandonato da tutti e offeso dai presenti: i passanti, i soldati, i capi dei giudei e perfino i banditi crocifissi con lui.
Il punto più alto della passione, secondo Marco, è il grido di Gesù per l’abbandono del Padre, che è ripetuto due volte prima della sua morte (15,34-37). Questo grido, storicamente improbabile per la perdita progressiva delle forze del crocifisso, può essere un elemento redazionale aggiunto dall’autore per mostrare la situazione di angoscia di Gesù, che abbandonato dagli uomini, si sente abbandonato anche da Dio. Fu probabilmente questo abbandono totale di Gesù, in questa morte così drammatica, che spinse Paolo, Marco e i primi cristiani a interpretare tale evento tragico come l’atteggiamento radicale del Cristo che si spogliava di tutto, anche della fiducia in Dio, per morire come un disperato.
Nonostante egli non lo percepisse, Dio era però presente durante la sua agonia e assumeva nel suo profondo silenzio una condizione di non-vita, di non-umanità, di rigetto totale e di maledizione, per trasformare la croce nel luogo privilegiato della sua rivelazione.
Nell’annuncio di Paolo e degli altri missionari, la croce manifestava un volto differente di Dio, in contrasto con gli dei che sostenevano ideologicamente la grandezza di Roma. Il Dio del crocifisso è perciò il Dio dei crocifissi di tutti i tempi e luoghi. Per questo riceve tanta accoglienza nelle grandi periferie urbane, oggi come all’epoca di Marco: perché è il Dio della speranza, che anima, incoraggia e sostiene nella lotta per condizioni di vita migliori.
È un Dio liberatore, la cui salvezza diviene autentica liberazione da tutto ciò che opprime le persone: un Dio controculturale. È lo stesso Dio dell’Esodo, coinvolto nella storia degli uomini e soprattutto nella non-storia, per trasformarla in liberazione.
Paolo e i primi cristiani ereditano l’antica tradizione giudaica del messia sofferente e morto, che aveva origine nella tradizione di Isaia.
Questo profeta descriveva la sofferenza del popolo esiliato in Babilonia come la sofferenza, la passione e la morte redentrice di un misterioso “servo del Signore”, probabilmente una figura rappresentativa del popolo stesso.
Isaia raccolse questa tradizione in quattro testi, conosciuti come i “Canti del servo del Signore” (Is 42,2-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,13-53,12).
La parola con cui il profeta definisce questo personaggio, “servo” (in ebraico obed) indica allo stesso tempo, sia il servo che vive nella casa del padrone, mangiando e lavorando con lui, sia il figlio del padrone.
L’immagine del figlio-servo, che realizza fedelmente la volontà del padre-Signore, venne introdotta da Paolo e dai primi cristiani per interpretare e dare un senso alla morte di Gesù.
La tradizione del messia sofferente era conosciuta anche nella letteratura posteriore del tardo giudaismo (tra il 3 secolo a.C. e 2 secolo dopo C., segnando la transizione dal giudaismo biblico a quello rabbinico, il cui punto di svolta è la distruzione del secondo Tempio nel 70 d.C. È un’epoca di grande fermento, in cui nascono le sette di farisei, sadducei ed esseni). Ad esempio, nel libro di Daniele, al c.9,26 troviamo scritto: “dopo sessantadue settimane un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui. E un’espressione simile anche in un frammento del Rotolo di Levi, rinvenuto tra i documenti di Qumran (4Q 541,framm.24, col.II).
La morte del Messia richiama la morte violenta dei profeti e dei saggi, ritenuta un evento necessario per confermare la bontà del loro annuncio, la verità della loro critica sociale e la coerenza della loro vita.
LA CROCE COME SAPIENZA E RIVELAZIONE DI DIO
Paolo afferma che la sapienza di Dio è molto differente dalla sapienza del mondo: il Dio cristiano si fa incontrare in ciò che è più fragile, piccolo, insignificante e umile (1Cor 1, 18-31) –
Per questo le nostre fragilità possono diventare “potenza di Dio”(2Cor 12,10). Ed è stata quasi certamente l’esperienza della sua fragilità personale(la spina nella carne) a rivelargli la sapienza della croce, il potere che viene non dalle proprie opere(l’osservanza della legge) ma dalla fede liberatrice nel Dio della croce: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”(2Cor12,7-9).
La conseguenza di questa intuizione è un’azione pastorale e missionaria che porta alla valorizzazione dei fragili e dei piccoli e alla scelta di un cammino di autentica liberazione, perché le situazioni di sofferenza e di morte possono trasformarsi in risurrezione, cioè in vita nuova, già nel tempo che viviamo.
Annunciare il vangelo del crocifisso significa quindi impegnarci a seguire il Dio liberatore che vuole la fine di tutte le croci e di tutti i crocifissi, di ieri e di oggi.
Per Paolo e questi primi cristiani non ci sarà mai nessuna situazione, anche la più disperata, che non sia illuminata da questa luce che viene dal grido di abbandono di Gesù sulla croce: in lui Dio è presente proprio in quel terribile silenzio, come il Dio della vita e non della morte, il Dio della libertà e della speranza in una vita altra e felice.
In questo senso il crocifisso non è più maledetto, ma diventa benedizione, vangelo, cioè la buona notizia della sapienza di Dio, che farà concludere Paolo con la famosa espressione “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10).
GESU’,”FIGLIO DI DIO”
“Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, figlio di Dio”: così comincia il vangelo di Marco. L’affermazione che Gesù è “figlio di Dio” è presente all’inizio del vangelo (1,1), nel grido degli spiriti impuri (3,11) nella confessione di Pietro (8,29) e alla fine, subito dopo la morte, riconosciuto dal centurione romano (15,39).
Riconoscere Gesù come figlio di Dio è il grande obiettivo del vangelo di Marco.
Nel mondo giudaico il titolo “figlio di Dio” indicava alcune funzioni sociali di intermediazione religiosa: il re come rappresentante di Dio, i sommi sacerdoti come intermediari tra Dio e il popolo, e nel tardo giudaismo gli angeli, i giusti (coloro che seguono fedelmente la Torah) e alcune figure di uomini quasi divinizzati (Enoc, Mosè, e altri..)
Il figlio di Dio era però sempre una figura subordinata, mai Dio stesso, perché il rigido monoteismo giudaico non permetteva altre figure divine. Questo titolo era un attributo che identificava e caratterizzava solamente una relazione speciale con Dio basata sull’obbedienza e l’elezione.
Corrispondeva, nel nostro vocabolario, all’aggettivo “divino”. Nel contesto culturale ellenistico e romano, re e imperatori erano definiti figli di Dio, ad esempio Alessandro Magno, Ottaviano Augusto, i re Seleucidi…
La comunità cristiana affermava con coraggio che queste facoltà erano invece prerogativa di Gesù, che le realizzava nella sua morte e risurrezione.
L’applicazione di questo titolo a Gesù dimostra la coscienza della chiesa delle origini di essere portatrice di una contro ideologia, capace di squalificare l’ideologia imperiale che vedeva nell’imperatore il garante della pace e del benessere del popolo.
Un altro termine importante, sempre riferito all’imperatore, “euanghelion” (buona notizia), riferito in ambito romano alla nascita del figlio dell’imperatore (il futuro re), o alla sua vittoria in guerra, viene usato da Marco per definire l’annuncio di Gesù (1,14-15).
Marco fa uso di questo linguaggio per destituire l’ideologia imperiale della sua autorità. Il so vangelo rappresenta il confronto tra due messaggi di salvezza, quello imperiale e quello che viene dalla croce di Gesù. Marco afferma a chiare lettere che solo il secondo ha il potere di salvarci e di liberare spiritualmente e materialmente il popolo, mentre l’ideologia romana sostiene il potere di una minoranza sulla moltitudine degli schiavi.
Vedremo in seguito gli argomenti di Marco per dimostrare che Gesù è il vero e autentico figlio di Dio: i miracoli di guarigione e di esorcismo, nei quali si manifesta il suo straordinario potere divino, l’annuncio del regno di Dio, e soprattutto la libera accettazione della croce.
