LA PESTE A TORINO –

NUOVE RIFLESSIONI E RICERCHE  DI Pier Giuseppe Accornero  – LAVOCEDELTEMPO

Nota di redazione I tempi della peste hanno distrutto la riflessione e finito il tempo si torna come primaLA PESTE NON INSEGNA NULLA !questo è quanto emerge da 7 secoli di pandemie in questa città.

La peste nera

La peste, la fame e la guerra sono da sempre i peggiori nemici dell’uomo. Per questo la Chiesa invita la gente a pregare: «A peste, fame et bello, libera nos Domine. O Signore, liberaci dalla peste, dalla fame e dalla guerra». che colpisce l’Europa fra il 1347 e il 1351 è considerata la più grande pandemia. Si calcola che uccide 20-25 milioni di persone, un terzo della popolazione europea. Non tutta Europa è colpita allo stesso modo: alcune aree di Polonia, Belgio e Boemia sono quasi completamente risparmiate; altre – specie il Nord della Germania e dell’Italia – subiscono conseguenze catastrofiche. A Torino soccombe un terzo dei circa 4.500 abitanti. Quelle del 1361, 1381, 1398 e 1429 causano un ulteriore crollo a 3 mila persone. È opinione diffusa che la peste sia portata in Europa dalle navi genovesi che trafficano con Caffa in Crimea nel Mar Nero.

La peste nera è una pandemia generata in Asia e diffusa in Europa dal 1346. Passa dalla Mongolia alla Cina, Siria, Turchia, Grecia, Egitto, Penisola balcanica, Italia, Svizzera, Francia, Spagna, Inghilterra, Scozia e Irlanda. Dal 1353 i focolai si riducono fino a sparire. Il batterio «Yersinia pestis» si trasmette generalmente dai ratti agli uomini attraverso le pulci. Si manifesta in forma bubbonica, setticemica o polmonare. Quasi tutti, con in testa la Chiesa, ritengono che sia castigo di Dio per i peccati dell’uomo. In Occidente nascono diversi movimenti religiosi che praticano processioni, rogatorie, quarant’ore. Il più conosciuto sono i «flagellanti» che praticano l’autoflagellazione come forma di penitenza. Papa Clemente VI il 20 ottobre 1349 li bandisce ma il fenomeno dura fino al XV secolo. Il culto di San Rocco di Montpellier – patrono con San Lazzaro degli appestati – si diffonde e sorgono piloni, chiese e «colonne della peste».

La popolazione talvolta ritiene responsabili del contagio gli ebrei e si abbandona a persecuzioni e uccisioni. A Tolone e Barcellona ci sono massacri e saccheggi causati dall’isteria. Le autorità si muovono in loro difesa. Clemente VI asserisce che la malattia non è dovuta all’intervento umano ma ha una causa naturale o divina e in due bolle (4 luglio e 26 settembre 1349) condanna le persecuzioni contro gli ebrei. Nell’estate 1348 comincia a circolare la fandonia che gli ebrei avvelenano l’acqua delle fonti e dei pozzi: in Savoia si torturano alcuni ebrei per farli ammettere il misfatto. In Europa si scatena un’ondata di violenze, specie in Svizzera e Germania. Il papa in un’altra bolla sottolinea che anche gli ebrei muoiono di peste. Quando il morbo si esaurisce ben pochi ebrei sopravvivono in Germania e Paesi Bassi.

L’autorità ecclesiastica e civile entra in crisi per l’inefficacia delle misure.

Giovanni Boccaccio utilizza come narratori del suo «Decameron» (1350-53) dieci giovani fiorentini (7 maschi e 3 femmine) fuggiti dalla città appestata. Raccolta di cento novelle, ambientata in una casa di campagna sulle colline fiorentine. L’introduzione è una delle fonti medievali più dettagliate sull’impatto della peste: «In tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d’adoperare». Francesco Petrarca è toccato dall’epidemia: molti suoi amici muoiono, tra cui anche Laura, protagonista del «Canzoniere». Nella lettera «Ad se ipsum» descrive cosa accade a Firenze e in «Bucolicum carmen» al dialogo tra Filogeo e Teofilo affida le riflessioni sulle conseguenze.

Il cinema si occupa della peste nera. Il grande regista svedese Ingmar Bergman, colpito da ragazzo da una «danza macabra», nel 1956 dirige in bianco e nero uno dei suoi capolavori. Ne «Il settimo sigillo» il protagonista, il cavaliere medievale Antonius Block, egregiamente interpretato da Max von Sydow, rientra dalle crociate macerato da dubbio sull’esistenza di Dio e si imbatte nella peste. Sulla spiaggia lo aspetta la morte nerovestita (Bengt Ekerot) con la quale gioca a scacchi per rinviare la sua dipartita da questo mondo. Anche la pittura tardomedievale risente della pestilenza. Nella pittura fiorentina i consueti soggetti di fine Duecento – Madonna, Sacra Famiglia, Bambino Gesù – cedono il passo a temi più duri e pieni di tensione. La «danza macabra» tra uomini e scheletri è uno dei temi più frequenti. Una delle più celebri è quella di Lubecca, andata persa sotto i bombardamenti. Il «Giudizio universale» compare nelle facciate delle chiese nel Tre-Quattrocento. Così l’Apocalisse è tema assai frequente.

Il medesimo agente patogeno del 1348 è responsabile delle epidemie scoppiate in Europa nei secoli successivi, praticamente a ogni generazione. Tra il 1347 e il 1480 la peste colpisce a intervalli di 6-12 anni, in particolare i giovani e le fasce più povere. Poi la frequenza rallenta ogni 15-20 anni. Nel 1466 circa 40 mila parigini muoiono per un nuovo focolaio. Importanti epidemie devastano il Ducato di Milano (1576-77); in Italia settentrionale quella del 1630 è immortalata da Alessandro Manzoni ne «I promessi sposi». Altre epidemie colpiscono Siviglia (1647-1652); Impero Ottomano (1661); Olanda (1663-64) con 35 mila vittime ad Amsterdam; Londra (1665-66) dove muoiono 75-100 mila persone; Marsiglia (1720): muore metà degli abitanti. Un’altra pandemia parte dalla Cina nel 1855, si propaga in Asia e in India uccide 10 milioni di persone. Agli albori del XX secolo l’epidemia colpisce San Francisco (1900-04 e 1907-08). Dodici focolai in Australia (1900-25) provocano mille morti, specie a Sydney. Il dipartimento di sanità pubblica scopre che la trasmissione avviene dai ratti, tramite le pulci, agli esseri umani attraverso il bacillo «Yersinia pestis».

Il calzolaio Francesco Lupo è il primo a sentirsi male: il respiro affannoso, fame d’aria, la tosse non gli dà tregua e gli graffia la gola. Un cliente lo apostrofa: «Hai una cera orribile e la faccia blu». Sotto l’ascella destra un rigonfiamento e sulla pelle un inquietante bubbone. Crolla di schianto sul «deschetto».

È il 2 gennaio 1630, «annus horribilis», a Torino si gela con un vento polare. La peste, sterminatrice di popoli, dilaga in tante città del Nord Italia. La «dama nera» colpisce indiscriminatamente giovani e vecchi, donne e neonati, soldati e civili, ricchi e poveri, potenti e accattoni, prelati e bottegai, nobili e plebei. Le pozze maleodoranti, i pavimenti lerci, le fogne a cielo aperto moltiplicano i contagi. Inutilmente le porte della città sono sprangate e i forestieri sono tenuti fuori.

LA PESTE «DI SAN CARLO» DEL 1576-77 «La peste che, cinquantatrè anni avanti, aveva desolata una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità!». Alessandro Manzoni ne «I promessi sposi» racconta la peste che imperversò nell’Italia affamata nel 1629-1633 e colpì Lombardo-Veneto, Toscana, Svizzera, Torino e Piemonte. È la «peste manzoniana» perché «don Lisander» ne scrive nel romanzo e nel saggio «Storia della colonna infame». Quando inizia la descrizione di quella del 1629, fa riferimento a quella che aveva imperversato in Lombardia nel luglio 1576-Quaresima 1577 mietendo 18 mila morti, un decimo della popolazione. In Lombardia, dominata dagli spagnoli, il governatore Antonio de Guzman y Zuñiga, introduce rigide limitazioni: l’ingresso in città è consentito a piccoli gruppi di una dozzina di persone in possesso della «bolletta» rilasciata dalle autorità sanitarie del territorio di provenienza, che attesta l’assenza di sintomi. Il cardinale Carlo Borromeo esorta i sacerdoti a soccorrere i malati ma «per non divenire vettore del morbo, cominciò a conferire con i suoi interlocutori tenendoli a distanza, a cambiare spessissimo e a lavare in acqua bollente i suoi abiti, a purificare ogni cosa che toccava con il fuoco e con una spugna imbevuta d’aceto che portava sempre con sé; nelle sue visite per Milano teneva le monete per le elemosine in orci colmi d’aceto». Indice quattro processioni alle quali possono partecipare solo gli uomini adulti, in due file di una persona distanziati da tre metri; vieta la partecipazione di infetti e sospetti; guida la processione dal Duomo a Sant’Ambrogio a piedi scalzi e con una corda al collo.

LA QUARANTENA DI TUTTI I MILANESI. Il 15 ottobre 1576 il Tribunale di Provvisione, accogliendo la proposta del Borromeo, decreta la quarantena generale. Il 18 ottobre l’arcivescovo emana un editto simile per il clero, esentando solo sacerdoti e religiosi destinati all’assistenza spirituale e materiale. Poiché i milanesi non possono andare in chiesa, San Carlo fa erigere agli incroci altari in cui i sacerdoti celebrano Messa e la gente assiste affacciandosi dalle finestre. Da metà dicembre 1576 l’epidemia rallenta ma le autorità prolungano la quarantena per evitare ricadute. Il cardinale acconsente «sebbene fosse dispiaciuto perché il popolo non poté andare nelle chiese, neanche a Natale. Teneva che niuna cosa, che potesse essere di giovamento a gli infermi e a’ poveri, fosse fuori dell’officio suo».

PIÙ DEVASTANTE LA PESTE DEL 1629-1633 – Ci sono le cronache di due testimoni oculari: il medico Alessandro Tadino, che nel 1648 stampa «Raguaglio dell’origine et giornali successi della gran peste contagiosa, venefica, & malefica seguita nella Città di Milano»; e il canonico, storico e letterato Giuseppe Ripamonti che nel 1640 pubblica in latino «Iosephi Ripamontii canonici Scalensis chronistae urbis Mediolani. De peste quae fuit anno 1630». Divergono sul primo caso di morte: secondo Tadino, è Pietro Antonio Lovato proveniente dal Lecchese ed entrato in città il 22 ottobre; secondo Ripamonti, è Pietro Paolo Locato proveniente da Chiavenna in Valtellina ed entrato a Milano il 22 novembre. L’epidemia si propaga anche per l’estrema povertà del popolo, dopo due anni di carestia determinata da movimenti di truppe e saccheggi nella guerra Spagna-Francia: sono coinvolti anche «i tegoli di Casale» e il Piemonte dei Savoia. È la «Guerra di successione di Mantova e del Monferrato» che rientra nella «Guerra dei Trent’anni». Il contagio è portato dalle truppe tedesche che penetrano dalla Valtellina dirette a Mantova. Passano i lanzichenecchi, nell’autunno 1629, con saccheggi e devastazioni.

GUERRE ANCHE IN PIEMONTE NEL 1600-1630 – Torino e il Piemonte sono devastati da molti episodi bellici, come gli scontri tra cattolici e valdesi, che destabilizzano l’equilibrio sociale ed economico. Condizioni atmosferiche sfavorevoli provocano ovunque pesanti carestie, tanto che il duca Carlo Emanuele I emana un edito per calmierare i prezzi e limitare le speculazioni. Migliaia di persone abbandonano case, campagne e campi e vanno mendicare nei maggiori centri, tra cui Torino, che è un paese di 25 mila abitanti a confronto di Milano che ne ha 250 mila.

Il 2 gennaio 1630 è segnalato il primo caso di peste a Torino: il calzolaio Francesco Lupo. Le spaventose condizioni igieniche favoriscono il contagio, che dilaga ad Alba, Pinerolo, Saluzzo, Savigliano, nel Cuneese. Il culmine in estate con il caldo che favorisce la trasmissione. 

DI FONDAMENTALE RILEVANZA IL PROTOMEDICO E IL SINDACO – Giovanni Francesco Fiochetto, archiatra dei Savoia, e il sindaco Gianfrancesco Bellezia sono personaggi fondamentali, ai quali la città ha intitolato due strade. Fiochetto instaura una rigorosa disciplina sanitaria che fa scuola. Bellezia rimane nella città abbandonata dalle istituzioni: i Savoia e la corte fuggono a Cherasco nel Cuneese. Decurione nel 1628 e primo sindaco nel funesto 1630, Bellezia affronta coraggiosamente il mandato, diventa il fulcro dell’organizzazione sanitaria, combatte l’isteria del popolo e lo sciacallaggio. La peste è debellata nel novembre 1630, con l’aiuto del freddo. Su 25 mila abitanti a Torino si contano 8 mila morti (il 32 per cento); Bergamo 10 mila vittime su 25 mila abitanti (40 per cento); Milano 186 mila decessi su 250 mila (74 per cento); Verona 33 mila morti su 54 mila abitanti (61 per cento). L’Italia 1.100.000 morti su 4 milioni di abitanti. Il 6 aprile 1631 firmano il «trattato di Cherasco» Vittorio Amedeo I di Savoia, il legato papale Giulio Raimondo Mazzarino, i rappresentanti del Sacro Romano Impero, di Mantova e di Spagna. Si ristabilisce un relativo equilibrio. Negli anni seguenti si registrano un numero enorme di matrimoni e di nascite.

EMANUELE FILIBERTO SPOSTA IL BARICENTRO SUL PIEMONTE – «Testa di ferro» comprende che l’Italia è il campo aperto alle fortune della dinastia. Rientrato in possesso delle terre nel 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis, avvia una radicale riorganizzazione dello Stato. Torino, 30 mila abitanti, è ingrandita e munita di difese con la Cittadella e nel 1563 è proclamata capitale. Nel maggio 1515 Torino era stata promossa arcidiocesi metropolitana, sottraendosi alla giurisdizione di Milano, una concessione favorita dal matrimonio tra Filiberta di Savoia e Giuliano de Medici, fratello di Papa Leone X. Nell’inverno 1630 con il freddo, la peste diventa più cattiva. La brezza primaverile e l’afa estiva attizzano il contagio – in piemontese «contacc» – che in estate è fuori controllo: 150-200 decessi al giorno. Nel 1630 con la peste la città si svuota e rimangono 11 mila cittadini: saranno 3 mila cittadini dopo un massacro di 8.000 persone. In via Dora Grossa (poi via Garibaldi) masse di cadaveri imputridiscono. Come disinfettante si bruciano mobili e masserizie degli appestati. Le pezze bagnate in aceto, la salvia e la ruta aromatica non servono a nulla. Nei lazzaretti, chirurghi, medici e speziali lottano come possono e sanno. «Calamitas calamitatum, calamità delle calamità» ammazza quasi la città.

Alla fine del XVI secolo Torino, 20 mila abitanti, è colpita dalla peste. I metodi di oggi per combattere le pandemie sono simili a quelli di ieri. Causata dal batterio «Yersinia pestis», sconvolge il ducato e la nuova capitale, piena di vita, perfetta per la diffusione del morbo. Il duca Carlo Emanuele I si reca spesso a Chambery, l’antica capitale dove si origina l’epidemia. A Torino risiedono il sovrano,  la corte, il centro politico e amministrativo dello Stato con notevole afflusso di persone: il via vai di mercanti e funzionari determina la rapida diffusione del morbo.

Casi di peste in Savoia si rilevano nei primi mesi del 1598 e numerose città – sulle vie di comunicazione tra Pianura padana, Svizzera e Francia – diventano «sospette» o «infette». L’unica opzione è bloccare gli spostamenti. Il magistrato generale di Sanità sigilla le frontiere; ordina accertamenti sui rapporti con la Savoia; vieta alle comunità al di qua dei monti di ricevere persone e cose provenienti da fuori; mette guardie armate ai valichi per impedire l’ingresso di chi arriva da luoghi infetti o sospetti e di verificare che i viandanti abbiano «certificati di buona salute»: chi ne è privo deve fare una quarantena di 20 giorni. Il 2 maggio 1598, nel villaggio di Vervins in Piccardia, firmano la pace Filippo II di Spagna e l’ex protestante Enrico IV di Navarra. Partecipa anche il Ducato di Savoia, in appoggio alla Francia. La pace riprende in larga parte i trattati di Cateau-Cambrésis del 1559.

Migliaia di soldati rientrano. Quelli sabaudi sono sottoposti a quarantena ai valichi alpini e sono accompagnati sotto scorta armata ai loro paesi. I risultati di queste misure sono inefficaci e a settembre compaiono i primi casi lungo le strade per Torino e altri luoghi: la capitale, «sospesa e bandita» dal resto dello Stato, entra nel panico. L’andamento è altalenante: la prima ondata nel 1598 registra una mortalità contenuta; la seconda nel 1599 richiede interventi eccezionali. Come racconta la storica Leila Piccolo in un libro e sulla rivista «Torino Storia» (giugno 2020), la corte, i diplomatici, il Senato, il Consiglio di Stato se vanno dalla capitale: molti sono ospitati nel castello dei Principi d’Acaja a Fossano. Carlo Emanuele I, di ritorno dalla Savoia, non entra in città e si rifugia nel castello di Miraflores – che aveva costruito dal 1585 sulle rive del Sangone e che fu demolito nel XIX secolo – e si alterna tra i castelli di Moncalieri, Fossano e Miraflores. Il Consiglio comunale delibera il ricovero coatto degli infetti nel lazzaretto fuori le mura e in abitazioni in legno; prolunga la quarantena a 22 giorni; ordina di bruciare abiti ed effetti personali; assume nuovi medici e monatti; vieta le funzioni religiose e ogni manifestazione al chiuso e all’aperto; proibisce ogni contatto con i malati; chiude le porte di accesso alla città. I monatti trasportano gli infettati e i cadaveri; bruciano o bolliscono gli oggetti prelevati dalle case, possibili fonti di contagio: le cose recuperabili – denaro e preziosi – sono conservati dalla Banca Reale in locali appositi e restituiti, a epidemia cessata, ai proprietari o agli eredi, trattenuta l’imposta sulle eredità.

Le attività produttive e i commerci languiscono e poi cessano; i ricoverati devono essere curati, nutriti e vestiti; i morti seppelliti. Medici, speziali, becchini, chirurghi (barbieri), guardie, cuochi, monatti vanno pagati in denaro e natura e costano parecchio: il lavoro del personale che mette a rischio la propria vita è generosamente retribuito. Le razioni di cibo per i monatti sono abbondanti come si legge in un documento: «Ogni giorno comprende tre micconi di pane, due pinte di vino, due libbre di carne; butiro (burro); nei giorni di vigilia quattro uova fresche, quattro once di formaggio». Un paio di mesi dopo i morti iniziano a diminuire; numerosi ricoverati nel lazzaretto guariscono; viene smantellato parte dell’apparato anche perché la crisi economica inizia a farsi sentire, le provviste scarseggiano, le entrate fiscali sono quasi nulle e la spesa pubblica è insostenibile.

L’incredibile errore di valutazione spinge a un’incauta decisione e la peste ricompare più virulenta: nell’estate 1599 si arriva a 150-200 morti al giorno, tra i quali consiglieri comunali e numerosi addetti alla sanità. Torino si svuota e diventa una landa deserta. I lazzaretti, ormai incontrollabili, ospitano sia i contagiati e sia i sospetti. Il duca emana misure straordinarie. Si impone una netta divisione tra sani, malati, sospetti. Gli appestati, sempre più numerosi, vanno sistemati in locali separati fuori dalle mura o nel territorio circostante. Gli addetti alla sanità pagano un alto prezzo alla pestilenza. Vengono reclutati medici, cirogici (barbieri); poiché i monatti «netti», che non hanno avuto contatti con gli appestati, sono rimasti pochi, ne vengono assunti 100 da paesi ove la peste è debellata. I monatti sono incaricati della gigantesca disinfestazione. Strade, edifici e muri sono lavati e disinfettati con calce viva, considerata un disinfettante efficace. Quando in una casa c’è un appestato, la si svuota, la si lava con acqua e spezie, la si imbianca con calce viva. Un metodo sbrigativo ma l’unico possibile.

Intervengono «le prove», singolare categoria di addetti alla sanità. La «prova» è una persona sana, che ha fatto la quarantena chiusa in casa per i 22 giorni di incubazione della malattia: nella porta c’è una piccola fessura per passare cibo e acqua. Nel 1599 le «prove» sono così numerose che sono necessari dei controllori. La crisi economica che accompagna sempre le epidemie spinge il Consiglio comunale a occuparsi dei poveri: i mendicanti non trovano più elemosine e devono essere ricoverati in quanto possibili diffusori del contagio; si moltiplicano i «poveri vergognosi», coloro che non osano andare in strada a mendicare ma vivono di carità: per essi l’amministrazione accresce il contributo pubblico perché manca quello privato. Alla fine la pandemia è debellata, fino al 1630 quando esplode di nuovo.

Pier Giuseppe Accornero