Buonasera, grazie a voi perché chi ci guadagna in questi tipi di incontri è sempre il relatore nel
senso che è costretto prima di parlare a pensare per trovare le parole giuste. I pensieri si possono
esprimere in diversi modi, ma non tutti sono validi.
Io questo lavoro lo faccio da un po’ di anni perché mi piace, mi piace la Bibbia. Può sembrare
strano, ma ogni cristiano dovrebbe dire così, dovrebbe essere innamorato della Bibbia.
Non entreremo subito nel testo, stasera; volevo cominciare presentando schematicamente il
pensiero di Marco.
Nel genere letterario di Marco, la buona notizia, l’evangelo è unicamente l’incontro con Gesù di
Nazareth che trasforma la vita e la storia, e questo viene schematizzato in tre parti.
I). Gesù, il Cristo che insegna
É il tentativo di Gesù di educare i suoi discepoli e la gente che incontrava. Ci mostra come Gesù
insegna (con autorità e potenza) e come gli uomini ascoltano.
È la prima parte, il contenuto del Regno di Dio, fino al capitolo ottavo, la sollecitudine di Gesù di
spiegarsi a livello di conoscenza.
Ottiene qualche risultato, ma apparente, proprio di conoscenza: Pietro gli dice: “tu sei il Cristo, il
figlio di Dio“ (Marco 8,29). Ma tutto è anche inutile. Di fatto non avevano capito niente del nocciolo del
problema. Cioè: chi è davvero Gesù?
Se avessimo solo i primi otto capitoli di Marco, Gesù sarebbe solo un grande maestro, un grande
profeta e, per di più, fallito! Appena tenta di spiegare a Pietro cosa vuol dire essere davvero Messia, Pietro
reagisce opponendosi, e si becca l’appellativo di Satana(Marco 8,33).
Pensate la delusione davanti a questa incapacità assoluta di comprensione. Anche loro, come noi,
fanno l’esperienza che la ricerca intellettuale, conoscitiva, ma anche morale, di Gesù é sterile, non salva,
anche se è necessaria.
Questa prima parte va da Giovanni Battista a Pietro. E qui si vedrà l’incapacità tipica di ogni
uomo, di comprendere. Proprio il cuore non si muove. Anche se c’è l’affetto, se c’è il cervello che si apre
a capire, il cuore non si muove.
II). La seconda va dall’ottavo al 15o capitolo, da Pietro al grido del centurione che finalmente dice:
“quest’uomo era davvero il figlio di Dio!”
È un cammino completamente diverso: Gesù comincia a parlare di segreto messianico, a non
parlare più in pubblico apertamente, a proclamare che il modo di capire davvero il Messia é seguirlo. Ci
sono tutte le predizioni di ciò che gli succederà nella passione, ma rimane vero che l’unico modo di
capirlo é seguirlo. È la sequela.
In questo contesto il Vangelo di Marco raccoglie le direttive di Gesù: la sequela nella sessualità,
nella politica, nell’economia. Gerusalemme significa finire in croce, tradito e abbandonato da tutti, solo. E
sotto la croce, dopo che tutto l’antico testamento e i profeti avevano preparato il popolo a riconoscere il
Messia, c’è un pagano a esclamare: “questi era veramente il figlio di Dio.(15,39.
III). La terza parte è il piccolo brano della risurrezione. In Marco e originalissimo. Tutti gli altri, Matteo,
Luca, Paolo, aggiustano la risurrezione, nel senso che mettono a posto le cose in modo che sia tutto
comprensibile.
Marco invece ha un brano piccolissimo in cui racconta che le donne scappano spaventate dal
sepolcro, anche se hanno l’ordine di andare a dire ai discepoli: “Vi aspetta in Galilea“ (16,7).“
“In Galilea” vuol dire che il discepolo deve tornare a Nazareth e ricominciare tutto il cammino,
stavolta con la capacità di comprensione totale, sia morale (ascoltando le parabole e vedendo i miracoli)
sia teologale (sapendo già che solo il seguire Gesù fa diventare cristiani).
Quindi Gesù, che é risorto, ci ha ottenuto e ci dona il suo spirito per riuscire anche noi a fare il
cammino dalla Galilea a Gerusalemme. Questo è l’annuncio dell’Angelo alle donne dopo la risurrezione:
che mi aspettino in Galilea e io li riaccompagnerò, stavolta davvero come miei discepoli.
CONCLUSIONE
Chi ha letto il Vangelo di Marco sa che batte il naso contro la sua incapacità a seguire il signore, e arriva
l’ottavo capitolo. Gesù però gli dice: guarda che è un altro il livello sui cui bisogna mettersi per capire
davvero chi sono, per incontrarmi, per sapere e entrare in sintonia con me, ed è il seguirmi.
Se lo segui vedi che la cosa si fa veramente tragica per Gesù: ma solo così impari cosa vuol dire nella vita
seguire Gesù. Vedi dove arriva Lui, dopo tu cominci da capo.
La chiave di lettura dei quattro Vangeli si trova proprio nell’ultimo capitolo. Ecco perché abbiamo
quattro memorie totalmente differenti della risurrezione di Gesù, fatto centrale della nostra fede. In
comune hanno soltanto che il primo giorno della settimana, alcune donne (1, 2, 3 o varie) hanno trovato il
sepolcro vuoto e visto qualcuno in forma angelica che appare a loro. Qual è il nostro?
Non interessava loro descrivere “che cosa“ sia avvenuto quel primo giorno della settimana, faceva ormai
parte del passato, ma hanno annunciato il “Gesù vivo“ presente nelle diverse comunità, e hanno voluto
mostrarci come a partire dalla loro realtà e dai loro problemi, le Comunità devono vivere per
“testimoniare“ la loro fede nel Gesù vivo che, come dice Marco, ci precede in Galilea, dove lo si può
incontrare (16,7).
Leggiamo il testo: Mc 16,1-8.
Finisce così in maniera brusca, senza il finale felice, senza apparizioni e col silenzio delle donne
impaurite. Fuga, timore, spavento, paura, silenzio. Solo le parole di un giovane, che però non aiutano le
donne a superare la paura. Un finale troppo indigesto cosicché qualche decennio dopo hanno aggiunto
altri versetti che riassumono quello che troviamo in conclusione negli altri vangeli.
Leggiamo Mc 16,9-20
L’incontro con la MADDALENA ricordato da Giovanni, gli incontri con i discepoli di Emmaus e
con gli undici riportati da Luca, e l’invio ad annunciare e a battezzare ogni creatura, che chiude il Vangelo
di Matteo, e infine la memoria degli Atti (vv. 19-20).
Con questa aggiunta tutto e sistemato. La paura delle donne che non dissero niente a nessuno
diventa subito un dettaglio subito dimenticato. Invece era lì che Marco ha voluto portarci.
Aveva messo la sua (Comunità) faccia a faccia con la realtà che la riempiva di paura, che le
impediva di testimoniare il Gesù vivo. Una realtà pesante come la pietra che chiudeva il sepolcro e che le
tre donne non sapevano come rimuovere per poi ungere il corpo, definitivamente morto, di Gesù. La paura
dominava la comunità di Roma, dove Marco viveva. Era una comunità fiorente che non sappiamo come
sia sorta. Qual è l’apostolo che l’ha fondata? Pietro e Paolo ci arrivarono molto dopo. Il poco che
sappiamo è che in questa comunità, diversamente da quelle giudaiche o greche le donne avevano un ruolo
molto importante. Paolo ricorda 10 donne nella lettera (Rm 16) che aveva inviato alla comunità prima
ancora di andarci.
Un altro dettaglio é ricordato dagli Atti (18,2) quando ci presentano Aquila e Priscilla “arrivati
dall’Italia…“. L’ordine del tollerantissimo Claudio, nel 49 d.C., riguardava “i Giudei che si ribellavano
costantemente per incitamento di Cristo. Cristo? È probabile. Poco più di 15 anni dopo la Pasqua di Gesù,
l’impero romano già non tollerava i seguaci del Cristo. Dopo altri 15 anni “(64 d.C.), un altro imperatore,
Nerone… (citazione di tacito). Il testo di tacito riflette le accuse fatte ai cristiani: “nefanda superstizione,
odio del genere umano”. I costumi diversi possono, facilmente, essere interpretati come sbagliati o
addirittura disumani. I cristiani furono accusati di praticare abominazioni e delitti (???) al punto di credere
che nelle loro riunioni segrete i cristiani praticassero riti di infanticidio e di cannibalismo (mangiare la
carne e bere il sangue) e celebrassero orge incestuose(formare un solo corpo essere membra gli uni degli
altri).
Erano accusati di essere atei, perché non partecipavano alle celebrazioni religiosi romane, non
frequentavano il teatro o il circo avevano difficoltà ai matrimoni con chi non era cristiano. L’accusa di
ateismo era gravissima. A Roma, come in Grecia, la Polis, la città era fondata sulla religione. La religione
era funzione costitutiva dello Stato e gestita da uomini appositamente nominati per svolgerla.
Il culto creava unità ed era fattore di coesione della società. Se l’altare domestico riuniva intorno a
sé i membri di una famiglia, analogamente la città era basata sul riunirsi di coloro che avevano gli stessi
dei protettori e celebravano insieme e intorno allo stesso altare. Rinnegare gli dei non era soltanto un alto
di apostasia, ma anche un tradimento della città, perché la pratica religiosa coincideva con la pratica
civica. Inoltre la religione rafforzava l’identità nazionale: ogni ethnos aveva il suo o i suoi dei. La cultura
imperiale riconosceva e (???) come legittima ogni religione etnica. Il popolo giudaico anche se disperso, poteva legittimamente rendere culto a Jahvé, il Dio di Israele. Una religione che invece oltrepassava i
confini di un ethnos era combattuta come “superstizione“ perché “stava sopra“ alle realtà nazionali.
L’unica superstizione legittima per tutti “ l’oikomenia“, il mondo sottomesso a Roma, era il culto
imperiale o il culto alla dea Roma.
La proposta cristiana, invece, era che “ogni lingua proclami che Gesù è il Kyrios/Signore“ (Fil
2,11); era, come diceva Tacito, una “esiziale (rovinosa, irreparabile) superstizione“ che doveva essere
repressa come lo furono anche le varie religioni misteriche mediterranee perché si sostituivano al culto
imperiale, fattore essenziale di coesione di tutto l’impero.
Inoltre, in quel momento, Roma aveva circa un milione di abitanti. La grande maggioranza erano
plebei e schiavi. Possiamo immaginare cosa significasse in questa città, dire a schiavi, plebei, giovani e
anziani, soldati e mercenari, che siamo tutti uguali, che dobbiamo vivere come fratelli, e che l’uomo
l’unico signore che riconosciamo è Gesù, e che i cesari non valgono niente. Era una proposta di vita
alternativa che minava le basi sociali e politiche dell’impero: la famiglia patriarcale, il mercato, l’esercito.
Furono queste “flagitia” (delitti), che provocarono la cruenta persecuzione di Nerone.
Ecco il perché della paura, del terrore, che invadeva il cuore dei cristiani, obbligati a nascondersi e
a vivere nella clandestinità. Non era più possibile continuare l’ammissione di Paolo (At28,30-31). Anzi lo
stesso Paolo era stato condannato a morte e decapitato. Anche Pietro era stato crocifisso.
Le “colonne“ della Comunità erano state abbattute, le guide dei cristiani erano ricercate, era
pericoloso riunirsi, celebrare la Parola e la Cena del Signore. Silenzio, diffidenza, divisione, e soprattutto
timore, minavano le relazioni dentro la comunità. La testimonianza del Gesù vivo in mezzo a noi, era
messa in difficoltà, dal dubbio, dalla paura e dalla fatica. Molti furono i martiri, i testimoni che
manifestarono la loro fedeltà e furono messi a morte.
Molti furono quelli che si lasciarono vincere dalla paura e si allontanarono, abbandonarono la fede
e si sottoposero al giuramento di fedeltà a Nerone e agli dei di Roma. Il problema per le comunità di
Marco non erano né coloro che morivano per la fede, né quelli che la abbandonavano, ma quelli che
restavano e non volevano essere perseguitati, volendo convivere con l’impero, come i Giudei, che per
quasi 500 anni riuscirono a convivere con persiani, greci e romani, senza provocare grandi conflitti, oltre a
conseguire l’appoggio e il riconoscimento dello Stato.
Il giudaismo era considerato “religiosità“ da Roma. L’impero non perseguitò i Giudei, salvo in
alcuni conflitti e per problemi minori.molti di questi Giudei appartenevano alla comunità di Roma.
La persecuzione fece rinascere con forza, dentro la comunità, la tentazione di continuare a
procedere secondo il vecchio ritmo del giudaismo ufficiale del tempo, della legge e della sinagoga. La
tentazione era vedere la persecuzione come conseguenza di alcuni estremisti che stavano esagerando.
Preghiamo Gesù, celebriamo, amiamoci. Ma perché creare un caso con l’impero?
Questo atteggiamento era appoggiato dai cristiani che provenivano dal movimento farisaico e che
si facevano forti della loro esperienza precedente.
Esplose la tentazione di diluire il Vangelo per continuare ad essere cristiani, senza compromettersi
politicamente e socialmente e così evitare la persecuzione e la morte.
É la tentazione maggiore: quella di trasformare il Vangelo in una religione!
Bastava che il Vangelo diventasse una “dottrina“, che le celebrazioni diventassero “riti“ e che la vita
nuova nello spirito restasse una legge morale da essere seguita attentamente. Bastava che l’essere cristiani
diventasse una religione come lo era il giudaismo e tutte le altre religioni che i romani accettavano
tranquillamente.
É questo che preoccupava la Comunità di Marco: il rischio di rendere inutile la memoria e il
progetto di GESÙ, riducendolo a una religione come tutte le altre, una religione in più. Se un buon giudeo
poteva credere in Yahwet e ubbidire ai cesari del suo tempo, un buon cristiano poteva credere nel suo
figlio Gesù e servire Nerone e il suo modello di società, senza tante radicalità o estremismi.
É proprio per questo che le Comunità di Marco hanno (???)
di fare la “memoria“ di Gesù che sia un “Vangelo“ per loro.
Sarà il primo Vangelo a essere scritto, forse, proprio perché la predicazione pubblica era stata
proibita.
Marco scrive il suo Vangelo facendo camminare Gesù (???) con le comunità di Roma, nel cuore
del conflitto, mostrando come anche lui fu minacciato, calunniato, perseguitato, ma (???) il suo progetto,
rimase fedele fino alla morte in croce.
“Inizio del Vangelo di (che é)Gesù Cristo, figlio di Dio (Marco 1,1).
Marco ci dirà cosa vuol dire proclamare che Gesù è Figlio di Dio, qual è il suo Vangelo.
La tentazione della Comunita é vedere il Figlio di Dio nel (???) che fa miracoli, che scaccia demoni, che
cura gli ammalati. Proprio come gridano i demoni: “tu sei il figlio di Dio” (Mc 3,1; 7,24).
Tutte le volte che qualcuno vorrà divulgare ciò che lui fa di meraviglioso, Gesù lo farà tacere. Non
sono i miracoli, né le parole, né l’entusiasmo delle folle che rivelano il figlio di Dio.
