“ATTENDERE COME VERBO DEL CUORE”. Dall’Avvento al risveglio della Speranza.

Chiesa di san Rocco

11 dicembre 2025

Innalzate nei cieli lo sguardo:
la salvezza di Dio è vicina.
Risvegliate nel cuore l’attesa
per accogliere il re della gloria.

Vieni, Gesù; vieni, Gesù!
Discendi dal cielo! Discendi dal cielo!

Molti avranno collegato queste parole ad un canto che risuona in molte chiese in questo tempo d’avvento…

Risvegliate nel cuore l’attesa… Questo è l’invito che ci giunge in questo tempo detto d’avvento: rinnovare l’attesa. Prepararsi per accogliere. Ora, proviamo a chiederci… Cosa attendiamo, o se vogliamo, chi attendiamo. Gesù? Ma non è già giunto una volta?  

Il re della gloria? Cosa significa di fatto re della gloria per noi oggi, donne e gli uomini del XXI secolo?

Questa sera provo con voi ad approfondire questi termini, dati ormai per scontati, ma che in realtà non lo sono.

Iniziamo con questi termini: il verbo attendere, ma anche il sostantivo attesa.

Nell’accezione comune, solita, quando s’attende, si attende qualcosa che non c’è. O che c’era e non c’è più. Potremmo anche dire così: s’attende ciò che si desidera.

Nelle opere di Simone Weil c’è una parola che torna spesso. Ed è proprio attesa.

 Lei scrive: “si attende sempre qualcosa che non c’è, un’assenza”. Ma poi s’appresta a dire che quando questo qualcosa dovesse giungere, sarebbe un fatto comunque di negativo, perché: sempre deludente. Sembra contraddirsi la Weil, ma non è così.

Non so se vi ricordate quell’aforisma famoso di Oscar Wild: “Ci sono solo due tragedie nella vita: una è non ottenere ciò che si desidera, l’altra è ottenerlo.” 

Per cui per Simone Weil si può attendere solo l’impossibile. Per cui: attendi pure, purché ciò che attendi sia impossibile.

Cosa vuol dire questo? Che ciò che è importante è proprio l’attendere, come postura esistenziale. Ma allora perché si attende? Per attendere, direbbe la Weil, imparando così – dice sempre lei – a ‘tollerare la sofferenza e il vuoto’.

Per Simone Weil, l’attesa non è il desiderio di qualcosa in particolare- di questo o di quello – neanche di un Dio, ma un esercizio dell’anima. Un attendere ‘a vuoto’.

Proviamo a spiegare?

Qui siamo al centro del suo pensiero, che trovo potentissimo: è fondamentale l’attesa, se vogliamo anche il desiderio, purché non ci sia oggetto. Un’attesa a vuoto. Se l’attesa fosse definito da un oggetto, ci concentreremmo sull’oggetto perdendo di vista ciò che conta. L’oggetto pensato, desiderato, giungesse rovinerebbe lo stato dell’attesa.

Provo a tradurre. L’oggetto che crediamo di aspettare, che desideravamo così tanto ci giungesse, è solo un’illusione, non compirebbe mai il nostro desiderio. Viviamo di illusioni: se mi raggiungesse tal cosa, tal persona, il mio dio, certamente sarei felice. No, dice la Weil. Questo è solo un’illusione. L’oggetto dei miei desideri dovesse alla fine presentarsi, non sarebbe mai all’altezza delle mi aspettative.

Franco Battiato canta:

Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
Non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
Fare come un eremita
Che rinuncia a sé

L’attesa è dunque una vigilanza interiore che richiede pura attenzione e soprattutto distacco da sé.

Provo a dirlo in modo più semplice: attendere sì, ma senza attaccamento, senza un interesse personale. Perché nell’attesa di qualcosa di preciso, di puntuale vi sarà sempre l’io in azione. Un interesse egoico. Fosse anche l’attesa di un dio. Infatti, provate a pensarci, se desiderate dio, lo desiderate per un vostro bene particolare. Per avere la luce, il bene, la pace, la guarigione, e avanti così… Tutte così buone, ma così si fa di dio l’oggetto per le proprie piccole gioie quotidiane.

Per cui sì, attendere, desiderare fosse anche dio, ma senza volontà di possedere per sé.  

A questo punto sorge un’ulteriore domanda: che fine fa la speranza? Infatti cos’è la speranza se non l’attesa che si compia qualcosa che ho desiderato? Non è forse questa la speranza? Non è l’aspettativa che accada, che giunga, che mi sopraggiunga qualcosa ritenuto un bene per me? Sì o no?

No, questa non è la speranza. Attendere che si compia, sopraggiunga ciò che reputo bene per me, o per qualcun altro, ad esempio la pace, non è speranza, ma ottimismo. Non vi siete mai posta la domanda: che differenza corre tra ottimismo e speranza?    

Ovviamente la speranza rimane un dato fondamentale, un atteggiamento profondamente umano. E chiediamo ancora aiuto alla Weil per la definizione di speranza: ‘La speranza non è la fiducia che le cose andranno bene secondo i nostri desideri, ma la certezza che il bene esiste, anche se invisibile e indipendente dalla nostra volontà’.

Recupero a questo riguardo un passaggio del grande Vàclav Havel, paladino dei diritti umani contro il regima comunista, presidente della Cecoslovacchia dopo il crollo del blocco orientale, deve aver provato qualcosa di assoluto nella sua più profonda disperazione. Egli scrive: ‘La speranza è la misura della nostra capacità di lottare perché qualcosa è buono, e non solo perché in questo sforzo il successo è garantito. Quanto meno è favorevole la situazione in cui noi dimostriamo la nostra speranza, tanto più profonda è la speranza stessa. La speranza non è ottimismo, non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma è la certezza che qualcosa ha un suo significato, indipendentemente da come andrà a finire’.

Avete intuito cosa sta dietro a questa affermazione? La speranza non ha nulla a che vedere col futuro! È paradossale, vero, ma questa intuizione è geniale. La speranza non è credere che tutto andrà bene, ma che ora, qui, adesso il bene esiste e abitandolo posso agire, lottare, impegnarmi perché il futuro sarà migliore. Altrimenti, una mera fiducia nel futuro si chiama ottimismo.

Il famoso pedagogista brasiliano Paulo Freire preferiva far derivare la parola speranza, dal verbo esperançar, che in portoghese significa anzitutto sollevarsi, resistere, fare le cose in un altro modo. Capite?

Allora, cosa siamo chiamati a vivere in questo tempo di Avvento?

Due cose anzitutto.

La prima. Abbiamo visto non certamente stare col naso all’insù, un guardare il cielo? ‘Innalzate nei cieli lo sguardo’… In attesa che qualcosa giunga? Abbiamo visto che non conviene, perché potrebbe essere un disastro, ci ha ricordato Oscar Wilde.

Siamo chiamati a vivere l’attesa certo ma come atteggiamento di distacco dall’io, dalle proprie immagini, desideri, pensieri… Solo nel vuoto possiamo vivere quell’attesa che apre la strada, la possibilità che la Vita possa finalmente raggiungerci.

Ascoltate cosa scrisse Seneca: “A colui che attende giunge ciò che attendeva, ma a colui che spera capita ciò che non sperava”. (Attribuita a Seneca)

Più tardi verrà ripresa da un filosofo austriaco del ‘900, con queste parole:

«Colui che aspettiamo (l’atteso) non è colui che arriva (l’ospite), perché colui che aspettiamo appartiene all’immaginario e al linguaggio, colui che arriva appartiene all’evento, al reale» (L. Wittgenstein)

2) Seconda cosa. Vivere la speranza. Non che ci giunga ciò che abbiamo invocato, perché alla fine questo s’identificherebbe col bisogno. Ma vivere la speranza nel senso di Freire: impegnandoci mettendo le mani nella pasta del bene. Investire nel bene. Quello che una cara amica chiama: “tenere accesi dei fiammiferi nella notte”. In tempi bui, in tempi così difficili e dolorosi, non resta molto altro da fare che investire nel bene.

Ma voi capite, più siamo a tenere in mano fiammiferi nella notte più luce vi sarà, nei nostri ambienti. E guardate che di queste piccole luci ve ne sono davvero tante. Quanto amore, quanta amicizia, quanta solidarietà, quanto coraggio, quanto eroismo, quanta bellezza abbiamo incontrato nel cammino della nostra vita? E qui, nella città di Torino, nei nostri ambienti. Qui, in questa chiesa di san Rocco, voi, noi siamo fiammiferi accesi nella notte, perché crediamo che forse il primo atto rivoluzionario, e profondamente politico che possiamo compiere è prendersi cura del nostro mondo interiore.

Sì, credo che investire sul nostro Centro, sulla spiritualità, sull’interiorità sia il primo passo per la trasformazione di questo nostro mondo!

Oggi ho spedito l’omelia per domenica prossima. In questa ho scritto che ho sempre più l’impressione che Gesù di Nazareth nei vangeli, non appare tanto come “un Dio che si fa uomo”, quanto un uomo che incarna ciò che è divino: e cos’è divino? La vita, la forza che spinge avanti la vita malgrado tutto; è divino il respiro che non si arrende dinanzi a nulla, la fecondità generativa, l’umanità che giunge alla sua pienezza.

Il Natale dunque che ci apprestiamo a vivere, cosa sarà? Non credo la celebrazione di qualcosa che ‘discende dall’alto’, ma la memoria della nostra capacità di ascendere verso l’alto, di umanizzarci, di diventare sempre più umani. Infatti ogni volta che dilatiamo la vita, la nostra e quella degli altri; ogni volta che accendiamo una luce dentro le pieghe dell’umano, ecco allora che si vive il Natale

Forse dovremmo imparare a non attendere più la vita dall’alto, ma piuttosto imparare che siamo chiamati a partorirla. E se di grazia vogliamo parlare, è una grazia che prende la forma della responsabilità. Come scrive Teresa Forcades, la grazia non è tanto «un fiore da cogliere, quanto un pane da impastare». Mi piace: Dio è pane da impastare”. Dio è carne da incarnare, amore da donare, vita da elargire. E così il Natale – lo ripeto – non lo celebreremo accogliendo dall’alto il pargol divin, ma scegliendo di incarnare il bene, diventando, giorno dopo giorno semplicemente più umani.