Per poter capire il messaggio di uno scritto antico, come un Vangelo, si deve ricostruire, per quanto possibile, il suo contesto, cioè, la situazione sociale del tempo, la politica, la religione, l’economia, ecc….

Occorre cioè inserire il testo nel suo “ambiente vitale“, cioè nella realtà che lo ha visto nascere.

Il Vangelo di Marco è espressione delle Comunità cristiane sparse nel grande impero romano, localizzatisi a Roma o forse anche nella Siria.

La matrice culturale é l’ellenismo, nel senso che condividono almeno in parte i costumi e il modo di vivere e pensare proprio dell’impero romano. Sono, in maggioranza, pagani convertiti al cristianesimo, di lingua greca o latina, ma anche Giudei che vivono nella diaspora e che hanno accolto la fede in Gesù.

CONTESTO URBANO

Originariamente il cristianesimo era un movimento rurale legato ai piccoli villaggi sparsi nella Galilea. Quando si espande nel contesto ellenistico dell’impero romano, diventa soprattutto un movimento urbano. La Grecia aveva colonizzato il mondo allora conosciuto attraverso il mare, sul quale faceva viaggiare le sue mercanzie. L’”impero greco“ (IV sec a.C – I sec d.C.) trasformò l’economia rurale di sussistenza in un’economia di mercato, generando così anche il passaggio dal villaggio alla città, che diventò così il centro della vita sociale, economica e culturale del popolo.

Punti di incontro di varie culture e flussi di merci, queste città diventano metropoli multiculturali, e così la cultura greca si impose nel mondo antico come segno di modernità e avanguardia.

Ma l’economia di mercato aveva anche il suo lato negativo: una disuguaglianza sociale che favoriva l’arricchimento facile di pochi e l’impoverimento di molti.

Queste meravigliose città ellenistiche erano circondate da grandi periferie urbane sovraffollate, dove si lottava per la sopravvivenza. Ad esempio, la città di Antiochia contava anche fino a 500.000 abitanti, Corinto 600.000 e ROMA fino a 1 milione.

Immaginiamo i numerosi conflitti sociali e culturali dovuti alla vicinanza di culture e tradizioni molto differenti tra di loro.

CONTESTO SOCIALE

I componenti di queste prime comunità sono i Giudei della diaspora, più aperti alle nuove idee e culturalmente più tolleranti dei Giudei della Palestina.

La diaspora giudaica in Asia minore, al tempo dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.), aveva coinvolto circa 1 milione di ebrei, per un totale di cinque-sei milioni sparsi in tutto l’impero romano. Oltre a questi Giudei poco ortodossi, nelle comunità delle origini vi erano persone di diversa provenienza, come Siri, greci, egiziani, asiatici, africani, italici, che non conoscevano assolutamente niente del giudaismo. Dal punto di vista sociale, c’erano persone dei più vari strati: ricchi, poveri, commercianti, ex schiavi (Onesimo), esuli (Aquila e Priscilla) e lavoratori di ogni tipo.

Li univa un sogno comune: ottenere una vita migliore, partecipando delle ricchezze che circolavano in queste città. Parlavano varie lingue: l’aramaico, il greco, il latino, il siriaco, l’egiziano…

CONTESTO IDEOLOGICO

Nell’impero romano c’erano molteplici divinità e religioni, che possiamo riassumere in tre tipologie:

LA RELIGIONE UFFICIALE: con i suoi numerosi dei e i magnifici templi; aveva lo scopo di legittimare l’impero (l’imperatore era anche pontifex maximus, capo dei sacerdoti), ma non incontrava molto consenso presso la plebe. Si basava su una visione deterministica della storia che dipendeva totalmente dal favore o dall’ira delle divinità.

LA RELIGIONE LEGATA A UNA FILOSOFIA DI VITA

Con la loro visione dualistica della realtà, invitavano a volgere lo sguardo all’interno di se stessi, all’anima. Cito solo le più famose: il cinismo, lo stoicismo, l’epicureismo, Platone e il neoplatonismo, Pitagora e il neopitagorismo…

Queste religioni avevano in comune l’accento sul presente come luogo della felicità, e l’assenza di escatologia (aspettativa futura). Ma erano religioni d’élite, che non raggiungevano le classi popolari più basse.

Il terzo tipo di culto, aveva molto successo nell’impero ed era decisamente più popolare. Riguardava LE RELIGIONI MISTERI RICHE che venivano dall’oriente. Proponevano una salvezza come comunione con la divinità. Avevano una visione negativa della realtà storica percepita come una sventura, e aspiravano a una totale liberazione dalle miserie di questa vita per entrare nel mondo degli dei.

Proponevano una forte escatologia, proiettando tutte le loro attenzioni sulla vita dopo la morte.

L’adesione a queste religioni prevedeva la partecipazione a riti, simboli, formule di culto, catechesi, feste etc…, mentre il momento più alto dell’unione con la divinità era celebrato attraverso un banchetto sacro, una specie di cena fraterna, che favoriva l’unione mistica con il Dio.

Le religioni misteriche erano differenti tra di loro perché ciascuna faceva riferimento a un mito locale, a un Dio specifico, con il proprio culto. Un evento, però, era presente in tutti i misteri: il Dio che muore e risorge. Questo Mito aveva una struttura comune a tutti i miti del medio oriente: prevedeva la lotta tra dei per il dominio dell’universo, la morte del Dio del bene, la sua discesa agli inferi, la risurrezione per opera di una donna (la madre, la sorella, la sposa) e finalmente la battaglia finale nella quale egli vinceva il suo opponente escatologico, instaurando il proprio regno. Ma la ciclicità delle stagioni, con l’arrivo della nuova stagione, tutto ricominciava. Il mito del combattimento considerava la terra come il campo di battaglia di forze cosmiche ostili e divinità opposte: le loro vittorie erano celebrate con solenni liturgie nelle feste stagionali di passaggio.

Tutte le religioni misteriche avevano questa stessa struttura simbolica.

Il cristianesimo, nel contesto dell’impero romano, fu inizialmente considerato un’altra religione misterica: è quello che, forse, intendeva dire Tacito quando definiva la nuova setta una “funesta superstizione“ (Annales, 44,3).

L’IDEOLOGIA IMPERIALE

All’inizio del I secolo d.C. Roma viveva l’età dell’oro, attribuita da Virgilio alla politica di Augusto (Eneide VI, 791-2).

Un’età dell’oro, però, basata sul potere militare: la pace, ottenuta sui campi di battaglia, era garantita dalle vittorie delle legioni romane.

I vantaggi di questa “pax romana“ erano garantiti solo ai cittadini romani, una minima parte della popolazione, mentre la maggioranza viveva in regime di schiavitù.

Pace significava conservazione dell’ordine vigente, nel quale la schiavitù era uno dei pilastri su cui si reggeva la struttura sociale ed economica dell’impero. La pace favoriva il libero mercato.

Strade e ponti che univano le province più lontane con il centro dell’impero favorivano la libera circolazione delle merci. Grazie alle opere di irrigazione e bonifica del terreno, aumentava la produzione agricola.

Con le infrastrutture aumentava anche il benessere delle classi alte: si costruivano acquedotti, palazzi, mercati, terme…

La ricchezza, che permetteva questo sviluppo, veniva dalla confisca dei beni ai popoli vinti, dal tributo che dovevano pagare come segno di sottomissione, dalle tasse di dogana e altri tributi straordinari.

La maggior parte delle merci aveva Roma come destinazione, che raggiunse in questo periodo una prosperità e una grandezza mai viste prima.

Distribuzione di denaro e cereali, spettacoli e giochi (panem et circenses) erano lo strumento di dominio sulla plebe.

Si applicavano le leggi e il diritto romano per sottomettere e assicurare tutti i popoli al dominio di Roma. La giustizia era sempre a favore dei potenti e non difendeva i diritti dei deboli.

Si diffuse per tutto l’impero, il modo di vivere romano che rappresentò una vera colonizzazione culturale: l’educazione alle arti, alla filosofia, la frequentazione dei teatri, dei ginnasti, dei templi, delle terme, dei banchetti, divennero il segno distintivo del lusso e di uno stile di vita.

Le città si moltiplicavano nell’area mediterranea, dando origine a una notevole urbanizzazione dell’impero.

La religione aveva il suo centro nella figura dell’imperatore, responsabile, di fronte agli dei, della conservazione dell’impero, della pace, della sicurezza, della ricchezza e dell’onore.

L’imperatore esercitava sulla terra la funzione degli dei ed era il capo naturale della religione romana, il pontifex maximus, il “ponte” tra gli dei e gli uomini.

Non si poteva evitare perciò che la sua persona fosse divinizzata e che gli fosse dato il titolo di “figlio di Dio”, l’Augusto, il divino.

Per la sua funzione di intermediazione col divino, l’imperatore era anche chiamato col titolo di “Salvatore” (sotér), perché la pace nell’impero e la salvezza (salus) erano attribuite alla sua opera.

Egli garantiva il benessere, ma non a tutto il popolo, solamente agli italici, ai ricchi e a coloro che godevano del titolo di “cittadino di Roma”.

L’esaltazione della persona dell’imperatore giunse al suo apice con Caligola che, nel 40 d.C., introdusse il culto della sua persona. Centinaia di statue raffiguranti la sua immagine furono sparse per tutto l’impero, con l’ordine di offrire sacrifici al “Dio terreno”.

Giuseppe Flavio nella sua opera “Antichità Giudaiche“ (XVIII, 256) scrive che Caligola, dopo due anni di saggio regno “smise di considerarsi uomo e pensò di essere un Dio“.

E ricorda (Ant. Giud. III, 271-272; Guerra Giudaica, II, 171) che quando la statua di Caligola fu posta nel tempio di Gerusalemme, migliaia di Giudei si ribellarono e rifiutandosi di compiere il sacrificio, si buttarono per terra mostrando il collo al governatore di Siria, Petronio, in segno di accettazione della morte. E così, sarebbero rimasti 40 giorni, finché il governatore non rinunciò alla sua decisione. Era un attacco diretto alla loro concezione monoteistica di Dio.

Il Vangelo di Marco si configurava come una risposta all’ideologia imperiale romana, il tentativo dei cristiani di mostrare che Gesù, e non l’imperatore, è il vero “figlio di Dio“, il salvatore, il garante della pace vera, nonostante abbia sofferto la morte vergognosa di croce.